Fragili equilibri

Sono una donna. Sono una mamma. Sono una lavoratrice. Sono una moglie. Sono una figlia. Sono una sorella. Sono un’amica. Soprattutto sono una mamma, però. Una mamma che cerca di dare il meglio a suo figlio. Che tutto il giorno corre come una trottola, cercando di arrivare ovunque senza pesare su nessuno. Mi dicono, certamente a ragione, che sono fortunata a lavorare part-time. Ma la mattina è una corsa contro il tempo comunque. Ogni mattina. Mi alzo alle 6.45 per uscire di casa alle 8.40. Prima di svegliare il piccinaccolo, cerco di rendermi umana, faccio la cacca (eh, si. Almeno quella con calma, che se no la giornata comincia subito male), chiamo mille volte mio marito che si alza sempre all’ultimo secondo tanto ci sono io che penso a tutto, facciamo colazione e poi mi dedico a lui. Mentre lui prende il latte, cerco sempre di avvantaggiarmi (stamani per esempio ho pulito i due bagni con una velocità che manco Speedy Gonzales), poi tra un capriccio e l’altro lo lavo e lo vesto. Finalmente siamo pronti per uscire, ma lui ogni mattina ha qualcosa per fare tardi: ha sete, vuole un’albicocca, vuole la macchinina della polizia, non vuole il grembiule, vuole portare all’asilo tutta la cesta dei giochi… Finalmente usciamo, ma la Via Crucis ha ancora una stazione: i sassi vicini alla macchina. Tutte le mattine devo portarlo via di peso. Arrivo a montare in macchina che ho già la stanchezza di un giorno intero in ufficio. E la giornata è solo all’inizio. Lo porto all’asilo e vado al lavoro. Spero. Spero di farlo sempre, perché so che sono anch’io a rischio. So che potrei dimenticarmelo in macchina. So che lo amo più della mia vita, ma potrei dimenticarlo. E non vivere più, dopo. Non si può dire “a me non succederebbe”. Anzi, #potevasuccedereancheame

Un nuovo inizio

Me lo ricordo, sai? Mi ricordo quando venimmo a prenderti a Vicchio del Mugello. Era l’1 settembre 2001. Pioveva a dirotto e te eri così piccola che ti misi dentro al mio giubbotto di jeans per non farti bagnare. Com’eri bella. La cagnolina più bella del mondo, poco più grande di un topino. Sono passati quasi 16 anni da allora e oggi te ne sei andata. Ieri, presa dai bambini che piangevano che non volevano separarsi, non ti ho salutata. Mi sono dimenticata. Perché proprio ieri? Spero solo che tu possa perdonarmi per questo. Da tanto, troppo tempo non eri più neanche l’ombra della cagnolina vivace e energica di un tempo. Non so neanche se ti rendevi conto o no di quello che ti succedeva intorno. Gli ultimi mesi sono stati difficili. Da tanto parlavamo di cosa fare, se era giusto o no farla finita, che l’eutanasia non è cosa facile, neanche per un cane. Poi stamattina quel messaggio: ” (nome)non sta bene.”  La corsa dal veterinario e… e basta. Finita. Siamo stati tutti d’accordo, allora. Non era giusto farti soffrire ancora. Dicono che 16 anni sono tanti per un cane. Io dico che sono pochi, cazzo. Pochi. A qualcuno sembrerò ridicola e esagerata, d’altra parte eri “solo” un cane. Io credo invece che se non si prova l’amore per, ma soprattutto di, un cane non si può capire cosa voglia dire davvero essere amati senza riserve. Per tutta risposta io non posso fare altro che cercare di amare la (nome) ancora di più di come stia facendo ora. Perché il tempo da passare con voi è così poco che non dobbiamo sprecarne nemmeno un po’. Tranquilla, piccola, non prenderà mai il tuo posto nel mio cuore. Tu hai il tuo. Lei il suo. Ti lascio andare ora, che il ponte dell’arcobaleno ti aspetta. Chissà che corse potrai farci. Proprio come piaceva a te, una saetta con le zampe. Un angelo velocissimo con le zampe. 💔

La matassa

Non so neanch’io perché da un po’ non scrivo. Ne sono successe di cose, eppure. Nel mondo, nella mia vita. Ho tutto un groviglio di pensieri in testa che non riesco a sbrogliare. Come quando mi si infrenava il filo mentre facevo l’uncinetto. Non potevo sfrenarlo bene perché avevo il lavoro avviato e quindi mi ritrovavo a dover allargare i nodi con le dita e passarlo dentro a ritroso. Ecco, è proprio così che mi sento. Come se sapessi esattamente dov’è il capo della matassa, ma per arrivarci ho solo due strade: disfare il lavoro fatto fino ad ora e riaggomitolare tutto, o allargare i nodi della mia mente e farlo passare da lì. È un lavoro lungo e faticoso, a volte i nodi sono così stretti che mi verrebbe voglia di prendere le forbici e via. Non capisco più quale strada mi convenga. Sono confusa, nervosa. Impallata. Non ho voglia di continuare, non ho voglia di lasciare. Mi lascio trasportare dal tempo e dagli eventi, passivamente. Sono stanca. 

Vita

La risata del piccinaccolo. La luce che entra di mattina in cucina. I mercoledi pomeriggio al corso di “corpo e coscienza”. Il profumo di un’arancia quando la sbuccio. La “voce che non è voce” di Guccini e quella perfetta e potente di Freddie. L’emozione di un bel film. Fare l’amore. Leggere un bel libro. Sentirsi “mamma”. Farmi piccola piccola perché mio marito prende sempre anche la mia parte di letto. Il rumore di andata e ritorno infiniti del mare. Il fastidio della sveglia. Il sapore rassicurante della pizza. I baci salivosi della mia canina. Sentirsi chiamare “zia”. Le riunioni di famiglia della domenica sera. I ricordi del primo bacio e della prima volta che ho fatto l’amore. Gli occhi verdi di mio marito. Quelli neri del piccinaccolo. La gioia di mangiare la prima ciliegia della stagione. Potrei continuare all’infinito quest’elenco di piccole cose della vita. Se un giorno non potessi più vedere, ascoltare, sentire, provare, toccare, assaggiare tutto questo, vi prego, staccate la spina.

Due anni

A te che da quando sei arrivato hai stravolto la mia vita. A te che se avessi potuto sceglierti ti avrei scelto esattamente così. A te che quando sei nato ho detto al tuo babbo:”amore, è la tua fotocopia” ma ho pensato: “possibile che un bambino così perfetto l’abbia messo al mondo proprio io?”. A te che continui ad essere la sua fotocopia ma con i miei occhi e le mie fossette. A te che quando ridi lo fai prima con gli occhi e poi con tutto il viso. A te che ridi sempre e a tutti. A te che anche nel momento esatto in cui mi fai arrabbiare, mi fai scoppiare il cuore d’amore. A te che mi sfidi continuamente facendo esattamente il contrario di quello che ti dico. A te che di notte ti svegli più spesso ora di quando eri piccolo e io sto iniziando a perdere i pezzi per strada, ma non importa perché se chiami “mamma” vuol dire che hai bisogno di me. A te che prima di averti non avrei mai immaginato si potesse amare così. A te che quando hai voglia di coccole appoggi il viso sul mio petto e mi dici: “ninna nanna”, ti metti la mia mano sopra all’orecchio e io vorrei tenerti lì per sempre, invece stai crescendo in fretta e fra troppo poco non me lo chiederai più. A te che ripeti tutto quello che diciamo, come un fedele pappagallino. A te che dici “minia” per minestrina ma anche per Lavinia, “Doua” per Dora, “tattauta” per tartaruga, “ant’io” per anch’io, “appua” per acqua e “tatta” per cacca. A te che vuoi fare tutto da “tolo”. A te che da un po’ ci chiami sempre “mamma Escia” e “babbo Abio”. A te che qualunque cosa vedi, chiedi: “petto ti è?” e io so che la stagione dei perché è pericolosamente vicina.  A te che guai ad uscire di casa senza cappello, ma non c’è verso di metterti la sciarpa. A te che sai tutti i versi degli animali. A te che quando ti fissi con un libro, vuoi che te lo legga millemila volte di fila. A te che vuoi ascoltare “La pecora è nel bosco”  e “La bella tartaruga” sempre millemila volte al giorno. A te che quando Babbo Natale ti ha portato via il ciuccio in cambio del trenino che desideravi (insieme alla palla, a due libri, a un camion, a una ruspa, a uno scavatore, a un banco da meccanico ecc… mmmhhh… troppo generoso questo Babbo Natale, no?) ti sei ripetuto come un mantra prima di addormentarti che te l’aveva preso proprio lui (“ciuccio Pale. Ciuccio Pale. Ciuccio Pale. Ciuccio Pale”) solo la prima sera e poi non l’hai più cercato. A te che ami i motori e quando monti sulla tua macchinina al grido di “bosceeee”(veloce) prendi la rincorsa e vai a sbattere contro il muro, io ringrazio l’inventore del battiscopa ancora millemila volte al giorno. A te che è una vera soddisfazione vederti mangiare e assaggiare tutto. A te che almeno una volta al giorno bisogna ripetere insieme i nomi di tutti i tuoi amichetti dell’asilo. A te che non hai pianto mai neanche un minuto per andarci, all’asilo, e io mi sono preoccupata che non mi volessi abbastanza bene. A te che da perfetto bimbo arcobaleno, sei arrivato a rischiarare il periodo più brutto della mia vita. A te che ancora non ci credo di averti qui con me, perché sei l’unico ad essere riuscito a scendere qui sulla terra per rendermi felice ma non sei l’unico ad abitarmi dentro. A te che sei tutto questo e molto di più, ma soprattutto sei la parte più grande, viva e colorata del mio cuore, buon compleanno.

La mamma.

A volte ritornano

Una sera qualunque di gennaio sul divano col marito che guarda “Lo hobbit” e il cane che russa. Il piccinaccolo è già a nanna. Non ti va di guardare la tv e inizi a cazzeggiare su facebook. Non sai neanche perché o percome ti ritrovi sul profilo falsissimo (ma è il segreto di Pulcinella) del tuo ex. La stessa faccia da schiaffi, non c’è che dire. Una foto però mi colpisce: è insieme ai bambini dei due suoi amici (gli unici degni di essere chiamati tali, secondo me. Ma questa è un’altra storia. Troppo lunga) ed ha un’espressione dolce e sognante. A parte che non sapevo che avessero avuto bambini, mi sembra di riconoscere finalmente quel poco che credo di aver capito di lui. Quello che ha sempre rifiutato di essere. Quello che solo io vedevo. Non mi sono emozionata, non provo più niente per lui. Solo una grande nostalgia per la goliardia di quei tempi, quando la parola noia era sconosciuta. Ma si sa, “a vent’anni si è stupidi davvero”. Mi sono addormentata con i ricordi dentro agli occhi e la speranza che anche lui trovi quella felicità che io ho raggiunto solo allontanandolo. In bocca al lupo a lui, ai suoi amici e a quei bambini dal sorriso così potente da averlo fatto sognare. Per un attimo.

Crescere

Ci sono da imparare un sacco di cose per diventare grandi. Il piccinaccolo, in due giorni ha imparato a bere “da tolo” nel bicchiere di vetro dei grandi. Quando c’è riuscito la prima volta mi ha guardata con un’aria talmente orgogliosa e monellesca che mi sono sentita sciogliere il cuore, lo stomaco, le gambe e qualsiasi altra cosa potesse sciogliersi. Al mio “bravo amore mioooo!!!” mi ha lanciato uno di quei suoi sorrisi talmente belli che, già lo so, fra dieci anni faranno innamorare tutte le ragazzine del paese e dintorni (sua madre è già pazza di lui). Mi sono sentita come se si fosse laureato in astrofisica nucleare con la lode e il bacio accademico. Poi è arrivato il momento di andare a nanna nel letto da una piazza, che tra poco il lettino a cancelli va restituito alla sua proprietaria. C’ha dormito un’ora il pomeriggio, ma la sera ci ha provato e riprovato, il mio topino, ma proprio non ci riusciva. Al mio: “vuoi andare a dormire nel tuo lettino?” Mi ha risposto “Tiiii” con voce disperata. Tempo 30 secondi dormiva come un ceppo. Ne sono stata quasi felice. Mi ha fatto tanta tenerezza vederlo in quel lettone così grande per lui, ancora così piccolo. Sta crescendo e mi sembra che già mi stia sfuggendo di mano. Che non abbia più bisogno di me come prima. Il tempo vola e tra pochi anni non si rifugerà più tra le mie braccia come se non ci fosse posto più sicuro al mondo, non vorrà più un “baso” sulla bua, non sarà geloso di me se mio marito mi bacerà. Sta crescendo il mio piccinaccolo. Troppo in fretta forse.