Bohemian Rhapsody

Ieri sera abbiamo lasciato il piccinaccolo dai nonni e siamo andati a vedere “Bohemian Rhapsody”.

Per me che amo da sempre Freddie Mercury e i Queen, è stata un’emozione davvero grande. L’attore che lo interpreta è tanto bravo da riuscire a trasmetterti tutta la strafottenza, la genialità, la profonda solitudine, la ricerca di eccesso continuo per colmare quel vuoto che i più grandi si portano sempre dietro. Ecco. Proprio questo mi ha colpito. Cose che sapevo già, ma che è come se ieri sera le avessi davvero metabolizzate per la prima volta. La sua era una solitudine solo accentuata dal successo, ma che veniva da lontano. La vergogna di essere Parsi, il cambio anagrafico del nome, le liti col padre e gli anni passati a cercare di comprendere la sua complessa sessualità, la difficoltà a riconoscere chi lo stesse solo sfruttando e chi lo amasse davvero. Una personalità complessa, con una fragilità da nascondere con gli eccessi, una faccia da culo che gli permise di puntare in alto e diventare leggenda, ma che gli costò la vita. Mi sono trovata ad emozionarmi come un’adolescente, a faticare per rimanere ferma al mio posto mentre la sua voce potente e perfetta mi scavava dentro una voragine come una trivella. L’amore immenso che ho sempre provato per lui ieri sera si è rinnovato, ha trovato nuova linfa vitale, è come se mi fossi accorta di non amare solo il personaggio, ma la persona. Non mi sono mai sentita pienamente dentro questo mondo che non ammette fragilità, non ammette scivolate, non ammette la non conformità. Non ho scheletri nell’armadio, né mi considero una grande persona (sarei veramente cretina lo pensassi) e so benissimo chi è che mi ama davvero; ma è come se, quando mi accorgo che ognuno di noi mostra agli altri solo quello che vogliono vedere, mi sentissi meno sola. Devo ringraziare queste due ore al cinema proprio per avermi fatto compagnia nella mia solitudine perché “essere umani è una condizione che necessita un po’ di anestesia”.

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Punto e a capo.

Alla fine oggi è arrivato. L’ultimo giorno al lavoro. Mi sento bene, leggera, forte e determinata a voltare pagina. Ora avrò tempo per studiare, per mio figlio e la mia famiglia. Ho solo il rimpianto di non averlo fatto prima, che ormai da tempo tutto era sfilaccicato. I rapporti per primi. Non voglio mai più ritrovarmi costretta a dipendere. La mia vita, il mio sguardo e i miei sogni meritano di più. Meritano di essere coccolati e realizzati, i miei sogni. Meritano di avermi tutta per loro. Punto.

A capo.

Dell’arcobaleno e delle stelle

Un anno fa scrivevo questo per un’associazione. Oggi, ancora una volta è una giornata un po’ così. Di quelle in cui vorresti solo stare a guardare il cielo perché sai che loro sono proprio lì. Non passa giorno in cui non ci pensi almeno un attimo, ma oggi è la loro giornata, come se fosse un compleanno. Una festa. Un giorno dedicato a loro. Oggi voglio pensarli ogni attimo.

Privacy

Sono sempre stata una persona riservata, piuttosto chiusa e solitaria. Ho le stesse amiche, quelle vere, dall’asilo. Tutti gli altri, persino quelli che conosco da una vita, duro fatica a definirli amici. Certo, quando quelle due volte all’anno riusciamo a vederci anche solo per una pizza sono contenta, davvero. Solo che mi rendo conto che li lascio vedere solo quello che c’è in superficie. Fra tutti, solo la mia migliore amica sa che frequento l’Università, per esempio. Non mi va di dare spiegazioni. Non ancora almeno. E poi sì. Non mi piace “farmi brava” davanti agli altri. So che i complimenti si sprecherebbero: brava! Che coraggio! Ma come fai? Sieeee io nemmeno morto! Ecco, è proprio quello che non voglio perché odio stare al centro dell’attenzione. Odio persino festeggiare il mio compleanno, anche in famiglia, proprio perché essere lì di fronte a quella torta con la candelina mi imbarazza. Mi sembra di volermi far vedere. Eehh, lo so. Devo farmi vedere da uno bravo parecchio. Comunque nessuno, nemmeno mio marito o la mia mamma o la mia migliore amica sa di questo blog. Qui ci sono pensieri che grosso modo conoscono, ma leggerli nero su bianco è un’altra cosa. Certo, a volte ho avuto l’impulso di dirglielo. Sarebbe anche giusto. Però non mi sento pronta. Starebbero lì tutti i giorni a entrare qui per sapere se l’ho aggiornato e io non mi sentirei più libera di scrivere quello che penso. È una specie di diario segreto 2.0 perché, come si dice? Se vuoi essere sicuro che nessuno spifferi i tuoi segreti, stai zitto. Ecco. Il mio piccolo segreto per ora è al sicuro. Domani, chissà.

Spartiacque

Lunedì si inizia la materna. Uso il plurale perché insieme a lui è come se cominciassi anch’io. In questi ultimi mesi è cresciuto tantissimo. Sa lavarsi viso e denti da solo, non fa più la pipì a letto, gioca da solo, sa descrivermi le sue emozioni, fa discorsi da grandi. È una cosa dolce, struggente, bellissima e spiazzante vedere tuo figlio crescere. Sapere che ogni giorno di più diventa una persona a sé, che ogni giorno di più avrà meno bisogno di te per le piccole e grandi cose. Come se quel cordone che vi univa e vi rendeva un’unica cosa si stesse sfilaccicando sempre di più, diventando sempre più sottile. Vivo questi ultimi giorni come fossero uno spartiacque fra il lui neonato e il lui bambino. Quando era piccolo piccolo non vedevo l’ora che crescesse un po’ perché per me è stata davvero dura tirare fuori quell’istinto materno che tutte mi dicevano dovessi avere. C’era, ovvio, e sapevo di amarlo incondizionatamente, ma mi sentivo soffocare per non avere un attimo per me e la mia solitudine, quella sì innata davvero. Ora è davvero più semplice: la notte dorme quasi sempre, di giorno se stiamo insieme è comunque capace di stare da solo a giocare, parliamo, scherziamo, ridiamo, ci arrabbiamo, ma tutto ha un senso. Però. Però i momenti in cui piccolissimo aveva bisogno di me non ci saranno più e io me lo sento scivolare via. Mi abbraccia spesso e mi dice che lui è il mio bambino e io la sua mammina, che non vuole un’altra mamma, che vuole proprio me. Presto tutte queste coccole diminuiranno e quasi si vergognerà ad abbracciarmi. È normale e fisiologico, ma so che devo imprimermi bene in testa, nel cuore e ovunque dentro di me questi momenti. Il fatto che lui rimarrà sempre il mio bambino è secondario a quanto lo amerò sempre qualunque strada sceglierà di percorrere, chiunque sceglierà di pregare o se dovesse scegliere di non farlo proprio, qualunque lavoro farà, chiunque sceglierà di amare, ovunque la vita lo porterà. Perché la sua felicità è l’unica aria di cui ho davvero bisogno per non soffocare.

Già da allora

Quando ero piccola, avrò avuto otto o nove anni, dieci al massimo, mia zia mi prestò una vecchia edizione di “Pinocchio”, in versione integrale. Aveva una copertina verde pisello e c’era pinocchio disegnato mentre correva col suo vestitino rosso e il cappello a punta bianco. Chissà che fine avrà fatto, quel libro? Appena iniziai a leggerlo, mi accorsi subito che mancava una virgola. L’aggiunsi con una penna verde e la mattina dopo lo portai a scuola e lo feci vedere alla maestra. Mi disse che avevo ragione. Continuai la lettura nei giorni seguenti e trovai altri due o tre errorini, tutti confermati dalla maestra. Più ci penso e più sono convinta che già allora sapevo cosa volevo fare, solo che non ero consapevole. Ora lo sono.

Il punto

Il punto è che non riconosco più il mio Paese. Non riconosco più chi mi sta intorno. Mi sembra di vivere su Candid Camera. O su un romanzo distopico, che è peggio. Sento, vedo e leggo cose che voi umani non potete neanche immaginare. Gente convinta che il Crocifisso sia necessario perché è “la spada e chi non ci credeva era un pirata” (cit.) contro l’invasione mussulmana perché fra 50 anni chiuderanno le Chiese e ammazzeranno il Papa. Un prete che violenta una bambina di 10 anni e si giustifica dicendo che prendeva lei l’iniziativa. Proposte di legge per rendere flessibile l’obbligo vaccinale (che già le due parole nella stessa frase fanno a cazzotti) e mettere in quarantena i vaccinati anziché gli altri. Un Ministro dell’Interno che istiga all’odio razziale tanto da arrivare a 7 casi di colpi sparati da individui, che guarda caso non sanno sparare ma non sbagliano mai colore della pelle, a immigrati. Un Ministro della Famiglia che identifica le famiglie arcobaleno con la parola “schifezza”. Gente fino a poco tempo fa tollerante, pacifica, normale insomma, completamente impazzita che inneggia al Duce e si dichiara candidamente nazista. Uno che si propone di riaccompagnare a casa una ragazza appena violentata e che la stupra a sua volta.

Io non so se sono strana io, ma davvero ho paura. Paura per mio figlio, paura per me, paura per il mondo. Io in questo clima non ci voglio vivere. Avevo deciso che in questo blog avrei parlato solo di sensazioni, sentimenti e affari strettamente personali, ma davvero non si può stare in disparte. Bisogna fare qualcosa. Aiutatemi. Aiutiamoci.