C’è chi dice NO

So molto bene che stravincerà il sì, ma io al referendum voterò no. Eh, lo so, sono una rompicoglioni, ma vi avverto prima: sarà lungo, quindi se non avete voglia di accendere il cervello prima di leggere, andate oltre e amen. Ho sempre pensato con la mia testa, per me la maggioranza è fastidiosa come una nube di moscerini che ti arriva sul viso mentre vai in bicicletta (sì, mi ricordo come si fa). Questo mi porta a voler sapere tutto, prima di espormi, soprattutto quando vado a votare. Votare è una cosa seria e non si può fare se ci si accontenta degli slogan al tg5 o dei meme (possibilmente sgrammaticati) di Facebook. Dunque, dicevo. Ecco secondo me perché bisogna votare no (l’ordine non ha importanza, è a caso):
1- il taglio sarà orizzontale. Questo significa che non sarà in proporzione al numero degli abitanti dei seggi. Cioè, collegi meno popolati, come quelli di Valle d’Aosta o Molise, per esempio, sarà molto difficile che continuino a essere rappresentati. E questo, scusate, ma è tutto fuorché democratico.
2- sempre perché il taglio sarà orizzontale, le minoranze non saranno più rappresentate. Quindi, è inutile che le prossima volta votiate Casapound, tanto non entrerà mai in Parlamento (oddio, forse forse non tutto il male viene per nuocere…). E anche questo è tutto fuorché democratico.
3- se pensate di non vedervi più davanti i brutti musi di Renzi, Salvini, Meloni, Berlusconi, Casini & c., vi sbagliate di grosso. Loro sono i big, le star, i grandi. Quindi saranno sempre e comunque eletti perché in cima alle liste dei collegi. A rimetterci saranno gli ultimi della lista, quelli che ancora non hanno il pelo sullo stomaco, quelli che forse forse ancora un pochino ci credono di poter cambiare questo cazzo di paese.
4- il costo: è stato stimato che il risparmio sarà solo dello 0,0007% (il famoso caffè all’anno per abitante). E voi per due spiccioli siete pronti a vedere diminuire la vostra rappresentanza? Io no. Senza contare che questo risparmio è, ovviamente, solo relativo agli stipendi dei parlamentari tagliati, non agli eventuali vitalizi che quegli stessi hanno maturato. Quelli se li terranno stretti comunque.
5- forse, e dico forse, potrebbe avere avuto più senso passare dal bicameralismo al monocameralismo (sì, lo so. L’ha detto anche Renzi, non immaginate quanto mi dispiaccia pensarla come lui, ma quando uno ha ragione gli va data). In effetti, Camera e Senato hanno gli stessi compiti e questo rimpallo continuo delle leggi, rallenta molto tutto il paese. Però. Però dobbiamo ricordarci da dove viene la nostra Costituzione: i nostri Padri Costituenti sono riusciti a lavorare in armonia nonostante il clima indiavolato del dopoguerra e l’hanno pensata così perché erano consapevoli del nostro passato. L’hanno pensata così per evitare di cadere di nuovo in un autoritarismo ottuso e violento come il fascismo. Meno rappresentanti=meno persone che decideranno per noi. Noi, dopo solo 72 anni, siamo pronti? Io non credo. E quindi, forse, neanche questa sarebbe una buona idea.
6- Forse, e dico forse, sarebbe molto più equo un taglio degli stipendi e dei vitalizi. Però c’è un però anche qui, perché si va a intaccare dei diritti acquisiti e quindi, anche se sarebbe auspicabile che si mettessero una mano sulla coscienza e lo facessero senza essere pregati in hurdu, se non lo facessero non potremmo comunque biasimarli.
7- cambiare la Costituzione è una cosa seria, va fatto con consapevolezza. Oggi abbiamo una legge elettorale troiaio. Domani? Chi ci dice che la nostra rappresentanza non possa essere ancora minore?
Questi, ovviamente, sono solo i miei pensieri e io non ho in mano la verità rivelata. Magari posso aver anche interpretato male qualcosa (non sono certo un’esperta di diritto costituzionale), però vorrei che quando ci chiamano a fare quella cosa meravigliosa chiamata voto, fossimo consapevoli dell’enorme privilegio che abbiamo. Vorrei che il dubbio fosse nostro compagno. Sempre.
Insomma, voi fate come vi pare, ma siccome “Che partecipazione certo è libertà
Ma è pure resistenza”, io rEsisto. O almeno ci provo.

Ti conosco mascherina!

Vai in bagno a prepararti per andare a fare la spesa. Oh! Lo so che è poca cosa, ma voi provate a stare tutta la settimana h24 soli – a parte un paio d’ore la sera in cui puoi rapportati con un adulto stanco stramortito da una giornata di lavoro assurda perché possono starci in pochi ma il carico di lavoro è tornato più o meno lo stesso: immaginatevi la verve – con un cinquenne logorroico a parlare di dinosauri, gormiti, i cazzo di paw patrol e se è più forte il muro o la ruspa. Provateci. Anche andare fare la spesa vi emozionerà come il ballo delle debuttanti. Dicevo. Sei a prepararti. Tiri fuori senza pensarci la busta dei trucchi, scegli il tuo rossetto preferito, quello color fragola che ti fa una bocca bellissima (oh! Una cosa bella ce l’avrò anch’io. Eccheccazzo!) Lo apri. Lo appoggi alle labbra. Improvvisamente però ti sovvien (l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. No. Giacomino. Zitto un attimo). Dicevo. Ti sovviene che devi metterti la mascherina. La tristezza (poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due. No. France’. Zitto anche te un attimo) ti prende. Posi la busta.
E niente. Tutta ‘sta commedia (sempre più commedia al punto che ancora oggi io non so se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito. Antonello! E daje! Non è il momento dei dubbi storico-filosofici. C’ho i miei problemi, ora. E poi zitti tutti, ho detto) per dire che anche questa volta il rossetto ci si mette un’altra volta.

Per sempre tua, Rossana

Ci sono persone, cose o situazioni per cui l’amore cresce piano piano, altre in cui subiamo veri e propri colpi di fulmine. Con lui è stato un miscuglio dei due. Lo conoscevo tramite i Nomadi, mi piaceva, ma non avevo mai approfondito. Poi un giorno, avrò avuto si e no 20 anni, in macchina di un’amica sentii questa (nella versione studio, però). Fu una folgorazione. Ero dietro, per fortuna, quindi nessuno poté vedere la mia grandissima emozione. Da allora ho voluto comprare ogni suo CD (sì, allora si compravano ancora) originale. È come se con le sue parole arrotolate intorno alla erre moscia, il suo lessico complesso e colto, la sua “voce che non è voce”, la musica raffinata ma semplice allo stesso tempo perché non scavalchi i testi poetici ma spesso complicati, riuscisse a sbrogliare la matassa perennemente ingarbugliata che ho in testa e mi accarezzasse l’anima quando ne ho bisogno. È come se scrivesse per me. È come se mi volesse bene. È come se gli volessi bene. Anzi, gli voglio bene. Ecco. Oggi volevo solo fargli una dichiarazione d’amore. E “Cirano” sarà sempre la mia preferita, fosse anche solo perché mi ha instradato verso un amore senza ritorno.
“[…] Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev’ esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.[…]

Lettera aperta

Gentile Ministra Azzolina,

sono la mamma di un bambino di cinque anni. Un bambino che dal 5 marzo non vede più i suoi compagni, le sue maestre, il suo asilo. Non le nascondo che inizio a essere preoccupata e anche un po’ arrabbiata. Sì, perché si sente parlare di smart working, didattica a distanza, riaperture scaglionate di tutte le attività, persino di discoteche e luoghi di svago. Del campionato di calcio. Tutte tranne la scuola. Anzi, l’asilo nel nostro caso.

Io capisco benissimo la necessità di tutelare la salute di tutti e dei bambini in primis. Davvero. Lo capisco. Però. Però è altrettanto importante che i bambini vivano da bambini. Il mio non ce la fa più. Siamo fortunati, noi, sa? Viviamo in un paese di cinquemila anime in provincia di Arezzo, abbiamo un bel giardino privato e uno dei vicini che, molto gentilmente ed essendo tutti adulti, in questo periodo ci lasciano usare come se fosse il nostro. Ha tanto spazio per giocare. Ma in tutto questo spazio è solo. È l’unico bambino del condominio (siamo solo due condomini, in effetti). Io ci gioco, mio marito ci gioca, ma non è la stessa cosa. Guardi la foto sotto, Ministra. L’ho scattata domenica: ha tenuto lo zainetto sulle spalle tutta la mattina. Dentro aveva messo un astuccio con le matite “così quando ricomincia la scuola, sono pronto” mi ha detto. Non mi sono intromessa nella sua vita personale, quindi non so se ha figli. Se ne ha, credo che abbia già capito cosa sto per dirle. Se invece non ne ha, glielo dico esplicitamente: a una mamma stringe il cuore vedere suo figlio triste e con il desiderio forte di giocare di nuovo con i compagni. Le ripeto: io capisco la necessità di proteggerli. Bisogna però trovare anche il modo di riportarli a una parvenza di normalità. Da marzo a settembre sono sei mesi di vuoto. Niente compagni, niente giardinetti, niente piscina, niente giostre. Sarà anche niente vacanze e niente campi solari. Mi sembra che nessuno si stia preoccupando per loro. Si rende conto che stiamo parlando di far ripartire il campionato di calcio? E la scuola? Possibile che dei multimilionari e, diciamoci la verità, anche un po’ viziati contino di più del futuro del Paese? I nostri bambini sono il futuro, Ministra. Non si sa come far rispettare il distanziamento sociale? Si studiano soluzioni. Ci si prova, almeno. Non si dice a priori che chissà se si riaprirà. Serve un piano a lungo termine. E questo a prescindere dal tragico momento che stiamo vivendo perché è ormai da troppo tempo che la scuola è trattata come la Piccola Fiammiferaia. Servono investimenti coraggiosi, servono risorse, servono insegnanti. È dalla scuola che si deve ripartire se si vuole uscire dall’abbrutimento di una società troppo egoista. Io non ce l’ho la soluzione, non sta a me trovarla, né mi permetterei di sostituirmi a chicchessia, figuriamoci a lei. Lei però ha proprio questo compito. Che poi, parliamoci chiaro e di cose pratiche, così, da donna a donna: se noi genitori torniamo al lavoro, i figli a chi li lasciamo? Davvero siete in grado di pagarci la baby-sitter per mesi e mesi? Ma quante baby-sitters ci sono in Italia? Lo smart-working. Ok. E se entrambi i genitori fanno un lavoro che non è possibile fare da casa? Ci sono i nonni. Davvero? Quei nonni che dal 5 di marzo ci avete detto di non far vedere ai bambini perché potevano ammalarsi? Quei nonni che dal 5 marzo piangono a ogni videochiamata? Quei nonni da settembre non si ammaleranno più se stanno tutto il giorno con mio figlio perché noi siamo al lavoro? Avranno sviluppato i super poteri per allora? Non ci prendiamo in giro. Una soluzione deve trovarla. E presto. Servono risposte.

Mi scuso se le ho rubato del tempo prezioso, mi scuso anche del tenore di questa lettera: avrei voluto scriverle qualcosa di freddo e professionale, ma poi la pancia e il cuore hanno preso il sopravvento. Spero di essere riuscita a trasmetterle le paure e le speranze che, sono sicura, i genitori di ogni bambino hanno in questo momento.

E allora ci ascolti, Ministra. Noi genitori non pensiamo alla scuola come un parcheggio. Pensiamo alla scuola come il luogo dove il futuro di questo paese diventerà il presente di domani. I bambini hanno delle risorse enormi, non possiamo lasciarle in sospeso.

Alessia Vannini

Buona Pasqua

Per chi crede come me, oggi è un giorno speciale perché “È risorto. Non è qui” (cit.). Era un giorno speciale anche prima del suo arrivo, perché rappresentava la liberazione dalla schiavitù. Da sempre quindi oggi rappresenta un nuovo inizio. E allora viene spontaneo chiedersi cosa significhi oggi. Nel 2020. È una prova? Una seconda opportunità che Dio ha voluto darci per farci capire che il mondo gira anche senza di noi? Che dobbiamo rivedere le priorità per ritrovare la strada che, non prendiamoci per il culo, abbiamo perso da tempo? Che se non cambiamo rotta, siamo destinati all’annientamento? O è una punizione per tutte le nostre nefandezze, le nostre miserie, i nostri egoismi? Io non lo so se Dio esista davvero, perché il fatto che io ci creda, non significa che ci sia. Però mi aiuta a cercare un significato, una consolazione. Non so se chi non crede si fa le stesse domande, si dà altre spiegazioni, trova conforto in altri pensieri. Se in questo momento così difficile sia più facile o più difficile non credere in qualcosa. Il Dio in cui credo io però è buono e non ci lascia soli. Forse, a ragione, ora è molto arrabbiato con noi e ci ha mandato a letto senza cena, ma domattina, quando l’arrabbiatura sarà passata, ci perdonerà e ci permetterà di riabbracciarci. Noi però dobbiamo promettere di cambiare, di prenderci cura di questa casa meravigliosa di cui ci ha fatto dono. Di tenerla pulita, ordinata e di non litigare per il divano. Di non pensare più di essere migliori perché siamo nati nel salotto buono di questa casa e gli altri peggiori perché nati nello stanzino delle scope. In una casa tutte le stanze sono importanti.

Io, comunque, il mio miracolo quotidiano l’ho già speso: Damiano, dopo una diatriba sul latte che brucia/non brucia mi ha detto, con sguardo solenne: “avevi ragione te, la prossima volta ti ascolterò”. Quindi, da qui a stasera saranno solo lotte e polemiche.
“[…] Io spero che esista anche un Dio delle piccole cose
Che sappia i silenzi mai diventati parole
Che sappia i gradini di pietra, l’estati scoscese
Quel nome che hai proprio lì sulla lingua e non viene
Dio mostrale passi di danza che aveva sbagliato
Conserva le foto in cui s’era trovata per caso
Raccogli le briciole perse di ogni esistenza
I respiri sui vetri, di treni in partenza[…]”

#lamusicacisalverà #andràtuttobene #iorestoacasa

Pensieri sparsi e senza neanche un ordine d’importanza

In questi giorni capita più spesso di aprire Facebook. Siamo chiusi in casa: la noia, il tempo dilatato, la fiacchezza e il gioco è fatto. Lui ti chiede sempre, imperterrito: “a cosa stai pensando?” E lì mi cascò i’ ciuco, si dice dalle mie parti, cioè eccolo proprio lì il problema, quel sassolino che ha fatto inciampare il somaro. Il problema è che penso. Troppo. Da sempre. Rimugino, rifletto, faccio una cosa mentre ne penso un’altra. Mille progetti, mille idee, mille sogni in testa da quand’ero piccina così. Sono abituata a stare in casa perché da poco più di un anno sono in disoccupazione e quindi studio. Già, ho capito che la laurea mai presa era l’unico rimpianto della mia vita e che soprattutto, se volevo cambiare quella vita che non mi soddisfaceva più, dovevo cambiare me stessa. Migliorarmi. Provarci, almeno. Eccomi qui, quindi. Un esame di storia medievale a cui tengo tanto, che vorrei preparare bene perché vorrei farci la tesi – ho in mente un paio, forse tre argomenti che spero piacciano al professore, ma che girano tuttiintorno a uno solo – e che invece non riesco a studiare come vorrei. Non riesco a concentrarmi. Un po’ a causa di questa furia che ho messo al mondo cinque anni fa e che richiede le mie attenzioni continuamente. Mamma, mamma, mamma. Non la smette mai. Si annoia, gli propongo un gioco che lo distrae per cinque minuti e poi di nuovo mamma, mamma, mamma. Solo con il tablet e i cartoni si zitta. Ma non è che lo posso lobotomizzare, eh! Studio a singhiozzo. Quel poco tempo che mi ci metto mi distraggo perché è difficile. Difficile, Dio Santo. È difficile concentrarsi, liberare la testa e memorizzare. C’è sempre un pensiero laggiù, in fondo in fondo, che preme. Mi chiede se penso che ce la faremo. Se penso che torneremo a goderci il sole. Fuori. Come quando lo davavamo per scontato. Io rispondo di sì. E lui: sì, ma quando? Domani? Fra 10 giorni? A Pasqua? A giugno Giugno. Le nostre ferie. A giugno di solito andiamo in ferie. A quest’ora dovrei essere a cercare dove, che mica è facile trovare un posto dove un bambino si diverta e dove accettino un cane anche in spiaggia. Che quella, se la lasciamo in camera muore di crepacuore in un’ora, per quanto è ansiosa. Invece sono a sperare di poter uscire a passeggio, a giugno. Ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Il piccinaccolo mi chiede di andare a fare una passeggiata, di andare dai suoi cuginetti, di andare dai nonni, perché se dobbiamo stare tutti a casa allora il babbo va al lavoro, perché hanno chiuso l’asilo. Perché. Perché. Perché. Gli ho sempre detto la verità, ma non è facile far capire a un bambino di cinque anni la morte e la vita. E il filo sottile che le lega. Lui ha visto solo una bara, quella di mio nonno. Spesso mi chiede se tornerà e io gli dico di no, ma non credo che abbia afferrato fino in fondo l’assolutezza della morte. Ed è anche giusto. In fondo, a cinque anni, a che ti serve capirla? Invece fra ieri e oggi abbiamo visto decine di bare sfilare, come in parata sopra ai camioncini dell’esercito. Sarà stato così in guerra? E cosa vuol dire avere un morto in casa ora? Cosa vuol dire non potergli tenere la mano mentre se ne va? Cosa vuol dire ricevere una telefonata che semplicemente ti mette al corrente? Cosa vuol dire non potergli garantire l’ultimo saluto? Ma, soprattutto, cosa vuol dire morire da soli? Soli. Soli. È un pensiero che mi devasta. Io mi preoccupo del mio esame che devo rimandare perché non voglio rovinarmi la media e loro muoiono. Soli. Sono egoista? Sicuramente. Mi sento molto egoista. Però sono viva ed essere vivi implica il pensare anche e soprattutto a sé stessi per non impazzire. Devi amarti per amare, devi piacerti per piacere, devi avere considerazione di te per averla dagli altri. L’ho imparato sulla mia pelle. Se tu per prima ti consideri niente, a maggior ragione lo faranno gli altri. Invece, come dice quella pubblicità, io valgo. Soprattutto finalmente so di valere. So di meritare il mio valore. Me lo sono guadagnato e voglio mantenerlo. Non sono egoista. Sono viva. Oggi è la festa del papà, prima abbiamo fatto un bel disegno a mio marito con lo scotch di carta e le tempere. Poi volevo fargli un dolce, ma in casa ho solo un uovo e neanche un po’ di lievito. Verrebbe da schifo. Allora, ho promesso al piccinaccolo che lo faremo. Lo faremo appena dovrò uscire per comprare altre cose e allora comprerò anche gli ingredienti per il dolce. Che poi manca anche il latte. E la carta igienica. E i pelati. E le arance. Dovrò uscire presto, mi sa. Domani. Massimo dopodomani. Le mascherine non si trovano. Userò quella che ho usato la settimana scorsa. Non servirà a proteggermi, ma quantomeno se mi capita di starnutire o tossire, lo farò lì dentro. Dovrò anche mettermi le lenti a contatto, perché con gli occhiali mi si appanna tutto e non vedo più un tubo. Non mi manca l’umanità. Mio marito mi dice sempre che sono asociale. Non è vero. Ho sempre considerato i rapporti umani preziosi, quindi non li ho mai usati a caso. Le amiche sono le stesse dall’asilo. La mia famiglia. La mia famiglia invece mi manca un sacco. Mi manca mia mamma, il mio babbo, le mie sorelle e i miei nipoti. E sì, anche quei matti dei miei cognati. E i miei suoceri. Non l’avreste mai detto, eh? E invece sì. Ma soprattutto mia mamma. La mamma è sempre la mamma. Ho quarantuno anni, ma la mamma è la mamma. Avevo cominciato da poco a fare acquagym e mi piaceva, ci andavo volentieri. Forse è stato questo che ha scatenato tutto. Io che ho sempre odiato il movimento, mi stavo abituando due volte a settimana. È tutta colpa mia. Sono stata io. Il mondo si è ribellato. E camminare. Il cane mi segue di continuo, non capisce perché non usciamo più come prima. Facevamo chilometri a piedi. Ora giratina di cinque minuti e stop. Poverina. C’ha rimesso anche lei. Ma che invece sia un’opportunità? Dovremmo provare a farla diventare davvero un’opportunità. Lo smog è calato, sono tornati i delfini a Cagliari, la primavera è arrivata lo stesso. La natura riprende sempre il suo posto. Che sia stato un modo per dirci: “ALT! State esagerando. Mi state soffocando. Ora vi fermo io.” Allora ascoltiamolo, questo mondo. Ci chiede aiuto. Non c’è una cosa giusta in questo mondo. Una cosa che funzioni; le bandiere ai balconi e l’inno nazionale, tutti per uno e uno per tutti, ma appena passata la paura, cosa succederà? Si capirà che l’unico modo per salvarci è farlo insieme? Che il SSN deve essere unico, gratuito, garantito, ricco? Che si deve tagliare da altre parti? Capiremo che, ora che siamo tutti lontani e ne abbiamo bisogno per sentire i nostri cari, il telefonino è qualcosa di fondamentale per gli immigrati per non impazzire di solitudine? Che la retorica del noi e loro non serve? Che nessuno si salva da solo? Che se affondiamo lo facciamo tutti? Mio marito continua a dover andare al lavoro e sono preoccupata per lui. Vorrei potesse stare qui con noi, al sicuro. E invece no. Ma quando ci sono state le pestilenze nei secoli scorsi come ne sono usciti? Voglio dire: né si lavavano, né avevano ricerca scientifica, né sapevano da dove arrivavano o fin dove si sarebbero sparse, non conoscevano la differenza fra virus e batterio. Insomma. Non sapevano nulla. Eppure. Eppure si sono salvati. L’umanità non si è estinta e non lo farà neanche questa volta. Ne usciremo. Acciaccati di sicuro. Ma ne usciremo. Mia mamma mi detto che ha cucito delle mascherine con alcune stoffe di cotone che aveva in casa. È brava, lei. Vorrei avere la sua manualità e anche la macchina da cucire. Eh! Eh! Oggi è una giornataccia. Mi sono svegliata di malumore e ho voglia di piangere da stamattina. No, non è cambiato nulla da ieri, ma oggi va così. Oggi è tutto più difficile. Ho rimandato l’esame, mi sono messa a giocare a palla col piccinaccolo e ho anche pianto. “Perché mamma sei triste?” mi ha chiesto. Gliel’ho detto. Perché ci sono dei giorni che anche gli adulti lasciano entrare la tristezza. Devono farlo per sopravvivere. Perché piangere serve. Ti libera l’anima. Te l’accarezza. Come Guccini quando canta, con la voce stonata e la erre moscia, imperfetto, ma con la capacità di guarirtela. Ecco. Le lacrime sono come lui. Arrivano. Le asciughi e via. Si ricomincia. Domani, però. Oggi devo accarezzarmi.

 

Discorso intorno all’arcobaleno

Stavo riflettendo sul significato che per me ha l’arcobaleno.Cominciamo dall’inizio.Era un’imprecisata estate di un imprecisato anno degli anni ’80, credo prima dell’86, perché mi pare che le mie sorelle non fossero ancora nate. Avrò avuto quindi 5-6 anni al massimo. A S. Giustino c’era la Festa dell’Unità. Su tutti i lampioni c’erano due bandiere con le aste incrociate: quella del PC e quella arcobaleno della pace. Sotto, un manifesto con la faccia di un signore distinto, non ancora anziano, ma neanche più giovanissimo con una scritta: “Liberatelo” (sapevo già leggere da tempo). Era nero e per me fu una sorpresa. Non avevo mai visto un uomo di colore. Sono sempre stata molto curiosa, quindi chiesi ai miei chi fosse e mi risposero che si chiamava Nelson Mandela e che tutto il mondo si mobilitava da anni perché lo liberassero perché lo avevano messo in prigione ingiustamente e solo perché diceva che bianchi e neri erano uguali. Non so quanto ho rimuginato su quelle parole nei giorni seguenti. Parecchio, comunque. Mi sembrava così assurdo: mi avevano sempre detto che on galera ci andava chi faceva cose brutte. È stato il mio primo impatto col mondo alla rovescia dei grandi.

Quindi. Primo significato: libertà.

Settembre 2002. Si dice che le coscienze si formino da piccoli. Evidentemente quelle bandiere della pace con sotto la foto di Nelson Mandela mi erano rimaste dentro, perché dopo qualche anno di semplici donazioni, alla fine di quell’estate decisi che era arrivato il momento di diventare una volontaria di Emergency. Sono stati gli anni più movimentati, interessanti, proficui, intensi, intelligenti della mia vita. Ho avuto l’immenso onore di pranzare con Gino, ma soprattutto ho conosciuto Teresa, sua moglie, la persona migliore che uno possa arrivare a pensare. E poi. I banchini al freddo per raccogliere 20 euro, o quelli da 5000 euro a sera a Arezzo Wave, il senso di appartenenza a qualcosa di vero, di profondo, le risate, le litigate, le riunioni fino a tardi, gli Emergency days in giro per l’Italia, la macchina sempre piena di scatoloni e il garage anche, il contare 10 volte i soldi in cassa perché mancavano 2 euro e no, non dovevano mancare neanche quelli perché ogni centesimo era prezioso. La campagna “Fuori l’Italia dalla guerra”, quel gran fico di Pau dei Negrita che venne alla fiaccolata ad Arezzo e che battibeccò con la sua manager perché non voleva che firmasse una maglia per noi da mettere all’asta su eBay: a un certo punto da perfetto aretino le disse: “io firmo quel che me pare”, che se ripenso alla sua espressione ancora rido. Le migliaia di straccetti bianchi ottenuti strappando e timbrando le lenzuola bianche di tutte le nostre nonne (chi non ha una nonna con decine di lenzuola bianche del corredo?). Le manifestazioni contro l’entrata in guerra. Ed eccola: la bandiera della pace a ogni balcone. Le città diventarono un unico, grande arcobaleno. La mia fu la prima, a S. Giustino. Poi ne seguirono molte, molte di più di quelle che potessi sperare, ma io mi sentivo una piccola rivoluzionaria, una Aleida March de noattri perché “uscire di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere” e “gli eroi son tutti giovani e belli”, dice Guccini. E si sa. La manifestazione a Roma. 3 milioni di persone. Un fiume color arcobaleno. Un giorno meraviglioso che porterò sempre dentro di me. Uno dei più belli della mia vita.

Secondo significato: condivisione

26 febbraio 2015. I due anni precedenti sono stati i più brutti della mia vita. Ho perso due bambini. Anni di lacrime, rabbia, impotenza, visite infinite, ricerche, ormoni, “lei e suo marito non avete niente che non va”, ma intanto non riuscivo ad arrivare oltre l’ottava settimana. Gente che mi diceva: “ci riproverai”, come se fossero stati una prova andata male e non i miei figli che erano volati. Ero inutile. Poi rimasi di nuovo incinta. Erano due. All’ottava settimana uno dei due era già morto. Sapevo che se se ne fosse andato anche l’altro, qualcosa dentro di me si sarebbe spezzato definitivamente. Non avrei retto. A ogni visita mi dicevano che era sano ma io ero terrorizzata. Finché non l’ho visto non ho creduto che stesse bene, che finalmente fosse con me. Quel giorno però il miracolo è avvenuto: avevo il mio baby rainbow, il mio bimbo arcobaleno. Chiamato così perché arrivato dopo una tempesta. Dopo tre tempeste. Il mio personalissimo miracolo. La mia felicità.

Terzo significato: nascita

19 maggio 2017. Dopo quasi 16 anni Yuma se ne è andata. La cagnolina più bella del mondo. Ha dovuto soffrire, prima, e noi abbiamo sofferto con lei. Tanto. Poi, se ne è andata, ma è sempre qui perché quando hai amato, ma soprattutto sei stato amato da un cane, la tua vita non è più la stessa. La leggenda dice che i cani, quando se ne vanno, arrivano sul loro personale paradiso fatto di prati dove fare la cacca, correre, annusare e mangiare ossa fino a scoppiare, attraverso il “ponte dell’arcobaleno”. Voglio crederci.

Quarto significato: nuovo inizio

Oggi. Stiamo vivendo un periodo durissimo, di quelli che si leggono sui libri distopici, di fantascienza o sui Promessi Sposi. È pandemia. Serve tutta la nostra speranza, la nostra forza per uscirne. No, questo arcobaleno non servirà a guarirci, come non servono le preghiere o le tisane allo zenzero e curcuma. Ma è necessario. È necessario perché in periodi così l’unica cosa che abbiamo è la speranza. La speranza è colorata. La speranza è la mano di un bambino chiuso in casa da giorni che per 5 minuti del suo tempo ha un compito da svolgere: colorare un arcobaleno sbilenco, disegnato dalla sua mamma che ha la manualità e il senso artistico di una zanzara.

Quinto significato: speranza

#andràtuttobene #iorestoacasa

Metti una mattina ai giardini

Ore 8.45 circa. Giardini vicini alle scuole di Levane. Io a spasso con la Dora, impegnata in quel momento in un’accesa discussione sui massimi sistemi canini con un Golden Retrivier dentro un cancello. Arriva un ragazzo di colore sui 25 anni che sorridendo si sofferma a guardare la scena e quindi gli sorrido a mia volta, perché in effetti la scena è comica.
Lui, guardando la Dora con un con un grande sorriso: “Buongiorno”
Io, sorridendo di rimando: “Buongiorno”
Lui: “Cane è bello”
Io, con un sorriso enorme perché lo so che la Dora è bella, ma sentirselo dire fa contenta ogni ‘mamma’, no?: “Grazie😊”
Lui: “Ciao signora”
Io: “Arrivederci”
Ecco. La mia riflessione è: tu, straniero, quanto devi sentirti solo per rivolgere la parola a una perfetta sconosciuta della quale non hai la più pallida idea di come possa pensarla su di te (che se ero una risorsa salviniana l’avrei mandato a cacare come minimo)? Quanto deve pesarti la lontananza da famiglia, amici, abitudini, calore, cibo, tradizioni? Quanto hai bisogno di intessere rapporti sociali anche di pochi secondi? Non ci pensiamo mai. Sono solo numeri, che alcuni ritengono addirittura dannosi. Invece, in un mondo dove tutti siamo connessi, siamo profondamente soli e alcuni più di altri. A volte un solo sorriso rende la giornata migliore e io spero di aver alleggerito almeno un pochino la sua, lui lo ha fatto con la mia.

Cinque anni

È il tuo compleanno oggi. Stai diventando grande e io mi chiedo come sia possibile che sia già passato tutto questo tempo da quando ti ho stretto la prima volta tra le braccia. Così piccino, così indifeso, così bisognoso di tutto. Sono cinque anni che ti vedo come un miracolo, come qualcosa che, ormai non lo nascondo più, ho avuto davvero paura di non poter avere. Sei la cosa più bella della mia vita, ma non so se riesco a fartelo sentire sempre quanto tu sia prezioso per me. Temo di no.

Ultimamente sei cambiato tanto e mi rendo conto di quanto, purtroppo per te, mi somigli in tante cose: da perfetto pesciolino come me sei sempre distratto, con la testa fra le nuvole, ti dimentichi di tutto, perdi le cose; ma anche tenace, cocciuto, curioso di tutto fino all’inverosimile, entusiasta di scoprire cose nuove, ti arrabbi quando non riesci a fare qualcosa come vorresti, spesso senti il bisogno di stare solo e allora ci dici “ora lasciatemi un pochino in pace” e ti chiudi nello stanzino dei giubbotti (non ho mai capito perché non in camera tua) con qualche gioco per uscirne solo quando la voglia di solitudine è passata, ogni tanto fai dei pensieri assurdi che, beato te, ancora non ti vergogni di esternare: io questa capacità l’ho persa da tanto, ma posso garantirti che mi somigli anche in questo. E poi “Mamma, io vorrei vivere al mare” – “Anch’io amore”. E mi sento capita. Per fortuna non sei permaloso come me, invece. E le tue arrabbiature durano 30 secondi come quelle del tuo babbo.

Stai crescendo in fretta, amore mio. Tanto in fretta che per quanto ci affanniamo a rincorrerti, tu sei sempre un passo avanti a noi. Rimani sempre così, amore, sempre un passo avanti agli altri. Non farti raggiungere mai. Sii unico. Speciale. Spero che la tua curiosità e il tuo riflettere su qualunque cosa ti portino lontano, anche se questo dovesse voler dire lontano da me. Tu vola. Vola sempre alto e non accontentarti mai. Non fare come me, che poi ti ritrovi a 40 anni con in mano un pugno di mosche, le crisi adolescenziali e la certezza di aver buttato anni della tua vita dietro scelte più facili, più comode, più sicure, più razionali, ma che non erano le TUE scelte. Non aver paura di sognare perché “c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto”, come dice il mio poeta. Fallo sempre amore mio. Sogna sempre in grande e fai di tutto per realizzarli quei sogni. Anche se dovessero dirti che sono sbagliati per te perché troppo lontani, troppo difficili o semplicemente “troppo sogni”, anche se dovessi lottare da solo contro i mulini a vento, i draghi, i mostri e i cattivi; perché tu sei un cavaliere e puoi sconfiggerli tutti. Anche se ci saranno giorni in cui vorresti solo dormire, in cui tutto ti sembrerà maledettamente difficile, in cui i tuoi obiettivi sembreranno allontanarsi sempre di più. Non arrenderti mai. Sogna e combatti. Combatti sempre. Combatti amore. Io sarò lì. Al tuo fianco.
Buon compleanno vita mia.

Buon Natale

Credo che sia di importanza cruciale che il mio Stato sia laico perché solo la laicità mi garantisce la libertà di essere quella che sono, cristiana pochissimo praticante (non mi sento cattolica per tanti motivi fra cui, per esempio, questa Chiesa che non mi rappresenta in nulla). In uno Stato confessionale, infatti, dovrei essere per forza ciò che non sono. E questo essere per forza qualcosa a me estraneo potrebbe cambiare ad ogni cambio di governo: oggi cattolico quindi per forza tutti cattolici; domani protestante: per forza tutti protestanti; dopodomani zoroastriano: per forza tutti zoroastriani, poi musulmano: per forza tutti musulmani. E così via. Vi sembra strano? A me no. È accaduto questo per millenni in Europa, finché gli Stati, fra cui il mio, si sono dotati di una cosa meravigliosa chiamata Costituzione e lì, i Padri Costituenti del mio Stato, hanno deciso di scrivere che doveva essere laico. C’avevano visto lungo, loro.
Credo che il crocifisso esposto ovunque sia superfluo, oltre che inutile. Perché se credi non hai bisogno di un oggetto fatto in Cina a 5 centesimi e rivenduto qui a 5 euro per farlo. Se credi, quel Cristo ce l’hai dentro ogni giorno, senza sbandierarlo ai quattro venti.
Credo che per essere buoni cristiani non basti andare alla messa, fare la comunione e confessarsi: per esserlo occorre capire il messaggio di quel meraviglioso uomo morto sulla croce per noi e non dimenticarlo mai.
Credo che la storia di Gesù uomo sia una storia bellissima: una storia di nascita, speranza, amore, rabbia, frustrazione, rassegnazione e riscatto.
Credo che se anche non sei credente non puoi non emozionarti ascoltandola. Perché se ti emozioni per il Re Leone o Dumbo… Beh. La storia di Gesù è su un altro livello, proprio.
Credo che Gesù uomo sia stato un vero rivoluzionario. Oggi lo etichetterebbero come comunista, buonista, i più dementi anche come piddiota. Poco importano le etichette. Lui ha fatto la storia, non loro.
Credo che la storia di questo bambino, nato da genitori rifugiati e rifiutati, da una famiglia un po’ strana e accettato con amore da un padre non suo che lo porterà fino in Egitto per proteggerlo dalla strage degli Innocenti di Erode, sia attuale quanto non mai.
Sembra tutto un po’ confuso, lo so. Ma posso assicurarvi che vedendo questo Presepe in Chiesa, stamattina, mi sono emozionata perché io la Sua storia cerco di non dimenticarla. Anche se alla Messa ci vado per il Suo compleanno e per la Sua resurrezione.
Che poi è un presepe bellissimo: fatto con bottiglie di plastica. Un presepe riciclato perché a Levane, il Natale è differente. Perché Don Angelo, il Natale l’ha presente sempre. Per davvero.